Il nuovo romanzo di J.P. Saltwell

 “Or quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla faccia della Terra e furono loro nate delle figlie avvenne che i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte”.

 (Genesi, 6,1-2)

 

Deserto del Nevada: 19 agosto 1996, ore 10.43 p.m.

I logori pneumatici della rossa Corvette del ’76 scorrevano lungo il nastro asfaltato della Statale 375 mentre le note della Carmine Burana si disperdevano nell’aria secca del deserto.
Susan Madison amava Carl Orff: all’età di tredici anni era fuggita dal piccolo centro nei pressi di Montrose per assistere all’opera del compositore tedesco programmata al Magnum Teathre di Denver e diretta da Anton Guadagno.
Non me la perderei per nulla al mondo.

Queste erano state le sue parole così, mentre le adolescenti di River Crell dormivano strette ai loro cuscini, sognando il leader dei Rolling Stones e il capitano della squadra liceale di rugby, lei amava smarrirsi tra le note di un compositore tedesco nato nel 1895.
Alzando il volume rammentò le ore trascorse ad attendere il pullman che nel lontano ’79 le aveva permesso di partecipare a quell’indimenticabile spettacolo.

Aveva infranto molte volte le regole familiari durante la sua adolescenza e ora, all’età di trentasei anni, l’unica trasgressione che poteva permettersi era quella di fumare le sue sigarette senza filtro. Il destino non era stato molto generoso con lei e tutto il tempo che il buon Dio le avrebbe concesso lo voleva trascorrere senza rimpianti.
Non avrà mai fine.
I suoi occhi ripresero a lacrimare ma non era la polvere del deserto a causare quel lento e metodico fluire lungo le gote: l’angoscia e gli attacchi di panico la sfibravano da anni.
Nei periodi più cupi placava la sua tachicardia con decine di boccette di Xanax, ciononostante nessun medico era riuscito a eliminare quel lancinante dolore al centro della gola. Rassegnata, lo pativa da anni. Percepiva una palla di spine martoriarla dall’interno e tale sensazione peggiorava a ogni cambio di stagione.
Si massaggiò il collo con le mani sudate e salate.
Quella era una sera come tante: da anni provava a fuggire dai suoi incubi personali e dalle angoscianti presenze che avevano soppresso il suo amore per la vita.

Il lungo serpente d’asfalto poteva condurla in affollate metropoli o in desolati chalet di montagna, ma in cuor suo sapeva che sarebbe stato tutto inutile, perché Loro l’avrebbero ritrovata. Non è vero, piccola Susy?
Non aveva un luogo dove riposare o una dimora ove nascondersi: il cielo stellato la opprimeva e la luce abbagliante del sole le raggelava il sangue nelle vene e tutto questo per colpa dei ricordi.

Poi una frase indugiò fra i suoi pensieri, lacerandoli.
Siamo qui…(Continua)

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